Biondo era e Bello di Mario Tobino - di Valeria Orlando

Dante Alighieri nasce a Firenze nel maggio del 1265. Durante la sua adolescenza stringe amicizia con Guido Cavalcanti, di nobile famiglia. In quel tempo Bologna era centro di tutti gli studi, così Dante decide di trasferirvisi. Dante, ansioso di farsi conoscere, pubblica La Vita Nova, nella quale, alternando poesie e prose, parla di un innamoramento che si conclude con la promessa dell’autore di diventare un grande poeta. In quel periodo Dante stringe sempre più amicizie e si ritrova a frequentare di notte le taverne con i suoi amici. Tra questi vi era anche Forese Donati, uno dei più illustri personaggi di Firenze. Tra loro però scoppia una “zuffa a sonetti” (se ne conteranno 6).
Dante considerava le donne come delle dee, così decide di stilare un sirventese noto poi a tutta Firenze, dove ne elenca 60 delle più belle. Beatrice sarà al nono posto.
Con il passare degli anni, Dante decide di darsi alla vita politica ed entra in Comune. Giano della Bella, uomo ricco, rivoluzionario, rappresentate di artigiani, contadini e di tutto il popolo, era già fuggito, prima del suo arrivo.
 In Comune Dante si scontra con una triste realtà: Firenze è divisa in schieramenti: Guelfi e Ghibellini, Bianchi e Neri, il popolo contro i Magnati.
Inoltre Dante viene riconosciuto da tutti come Padrone dei Comizi, nei quali riesce ad incantare il popolo con il suo perfetto volgare.
Il 28 agosto 1300 Guido Cavalcanti, nella palude di Marinella, si ammala di malaria e muore ancora giovane.
Dante Alighieri si sposano con Gemma Donati in San Martino del Vescovo, non per amore, ma per volere dei loro genitori. Infatti il padre di Dante, quando egli era ancora un bambino, si mise d’accordo con il cavaliere Manetto dei Donati.
Corso Donati fu il personaggio più ostile a Dante. Il 2 giugno del 1289 vi fu a Campaldino la guerra tra Firenze e Arezzo. A capo delle truppe fiorentine vi era Mangiadori di San Miniato. A Corso Donati era stato affidato un gruppo di soldati Pistoiesi, alleati di Firenze. L’ordine fu di formare un “muro di soldati” talmente forte, per cui gli aretini si sarebbero potuti scontrare contro questo senza mai riuscire a penetrarlo. Ma ciò non funzionò. Così Corso Donati dette l’ordine ai suoi di attaccare. In questo modo riuscirono a vincere la battaglia.
Ma Corso Donati ama i soprusi e il denaro, così dopo Campaldino tenta di far uccidere il cugino e provoca l’esilio del nemico Giano della Bella. Nominato Podestà di Treviso, vi si trasferisce con la moglie, che dopo poco tempo muore avvelenata. Presto si risposa con una fanciulla ricchissima, Tessa, orfana di padre. Ne amministrerà i beni. Non contento fa invaghire di sé anche sua suocera, alla quale riesce a sottrarre tutti i suoi averi. Aggredisce i rappresentati del Comune, e finalmente punito, viene mandato a Massa Trabaria. Ma fugge e si reca a Roma, da Papa Bonifacio VIII, gli promette il comando della Toscana se solo lui lo avesse aiutato a rendere “Nera” Firenze, mandando tutti i Bianchi in esilio e facendo entrare a Firenze l’esercito francese.
Per tentare di convincere il Papa a non ascoltare Corso Donati, tre ambasciatori, Dante Alighieri, Maso Minerbetti e Guido Ubaldini, si recano a Roma. Il Pontefice li rassicura, ma nel frattempo ha già dato il via libera all’esercito francese per entrare a Firenze.
Nel 1301 Bonifacio costringerà all’esilio perpetuo Dante Alighieri.
Nel 1302 si verifica un grande raduno a San Godenzo dei capi Bianchi e Ghibellini.  A Dante viene richiesto di andare a Verona da Bartolomeo della Scala, ghibellino, per ottenere fanti e cavalli.
Nel marzo del 1303 vi fu una grande battaglia a Pulicciano. Al comando dei Bianchi abbiamo l’Ordelaffi. Purtroppo ancora una volta la battaglia si conclude con una sconfitta vergognosa per i Bianchi.
Filippo il Bello, Re di Francia, tentò di arginare l’estendersi della Chiesa. Iniziò a istruire il suo popolo, spiegando come Papa Bonifacio VIII in realtà fosse un vero e proprio nemico della chiesa. Le assemblee indicarono quindi il Papa quale eretico.
I soldati e i cortigiani tradirono il Papa, consentendo a Sciarra Colonna di entrare nelle intime stanze del Papa, insultandolo e invitandolo a rinunciare alla tiara. Egli si rifiutò. Nel frattempo per giorni venne saccheggiato il popolo che rispose con il pentimento.
Bonifacio VIII morì di crepacuore. La sua morte portò a Dante e a tutti gli esiliati la speranza di poter rientrare a Firenze.
I cardinali elessero come nuovo Papa il domenicano Niccolò Boccasini di Treviso sotto il nome di Benedetto XI. Egli ottenne che 12 rappresentanti dei Bianchi e Ghibellini entrassero a Firenze per discutere con i Neri le trattative di pace. L’odio ridivampa fra le fazioni e Bianchi e Ghibellini architettano di attaccare Firenze. A ciò Dante dà voto contrario, credendo alla giustizia divina e alla pace senza sangue. I Neri riescono a prendere il sopravvento e Bianchi e Ghibellini sono costretti a fuggire nuovamente da Firenze. Benedetto XI muore avvelenato. I compagni di esilio ora insultano e minacciano Dante per la mancata partecipazione. Egli si ritrova così povero e solo.
Dante trentanovenne necessita di un luogo per studiare, meditare e scrivere. Viene ospitato così dagli Scaligeri di Verona. Nascono gli episodi dell’Inferno.
Qui Dante soffre la nostalgia per Firenze e capisce che Verona non è il luogo più adatto per lui. Diviene così ospite di Cino da Pistoia, suo amico esiliato a Bologna. Insieme amano passare il tempo ricordando i bei tempi a Firenze e tutti i felici e tristi avvenimenti.
Un giorno Dante viene invitato dai Marchesi di Lunigiana al castello di Fosdinovo per risolvere una questione con il vicino vescovo di Luni. Infatti il vescovo e i marchesi rivendicavano gli stessi diritti su alcuni punti della Val di Magra e sul castello di Bolano e di Brina.
Il 6 ottobre 1306 il vescovo Alberto dei Camilla dà a Dante il bacio della pace.
Dante ora soggiorna nel Casentino, dai conti Guidi. Qui potrà interrogare donne legate alle storie più intense della Commedia, come la figlia del conte Ugolino, la figlia di Buonconte da Montefeltro, la figlia di Paolo Malatesta (amante di Francesca) e la sorella di Manfredi ( figlia di Federico II ). Nei castelli Guidi, Dante legge a dame e cavalieri i canti della Commedia.
Dante nel Casentino si ritrova innamorato davvero come la prima volta, quando era ancora un giovane ragazzo. Sentendo il bisogno di sfogarsi, decide di scrivere una lettera all’amico Moroello in Lunigiana.
Dante decide di mettere da parte dei soldi e parte per Parigi, per la terza Cantica del Paradiso. Capisce che per comporre i 33 canti deve parlare dei problemi di filosofia, le questioni di teologia, che appassionavano moltissimo nel Medioevo. Poi racconterà di San Tommaso.
Ad un tratto gli arriva la stupenda notizia: l’imperatore Arrigo VII scenderà in Italia per portare la pace. Dante decide quindi di mandare una lettera a tutti i potenti d’Italia invitandoli a inchinarsi davanti agli ordini di pace dell’imperatore.
L’imperatore riesce a portare concordia nelle prime città che incontra nel viaggio verso Firenze. Dante capisce però che i Neri di Firenze vogliono cercare di soffocare le intenzioni dell’imperatore.
Nell’aprile del 1312 l’imperatore giunge a Pisa. Questa, ghibellina, sarà sempre fedele all’imperatore.
Il 19 settembre 1312 Arrigo mette il campo a San Silvi, vicinissima a Firenze. I soldati di Arrigo mettono l’assedio, disturbando le donne, incendiando i casolari, scannando il bestiame.
L’Arno provvede: si gonfia, oltrepassa gli argini e si avvicina alle tende dei soldati. L’imperatore, colpito dai brividi, steso sul suo lettino, ordina di interrompere l’assedio e di tornare a Pisa.
Nel frattempo Dante frequenta la casa di un notaro a Pisa di nome Petracco. Ripetutamente, al suo arrivo, il figlio del notaro lo guardava con attenzione e Dante gli rispondeva con una carezza sul capo. Quel bambino non era altro che Francesco Petrarca.
Il 24 agosto 1313 a Buonconvento, presso Siena, muore l’imperatore e con lui muore la speranza degli esiliati di poter ritornare nella loro amata città. Tino da Camaino lo scolpisce sulla bara di marmo come se stesse sognando.
Guido Novello da Polenta invita Dante alla sua corte, a Ravenna.
Un giorno a Carpentras i cardinali sono riuniti in un conclave per eleggere il nuovo papa. Questi cardinali, ipocriti e falsi, erano talmente odiati che un giorno dei soldati entrano nel conclave per ucciderli, sospettando che essi non votino come è stato comandato, ma questi riescono a scappare passando da una porticina segreta.
Il 29 agosto del 1315 vi fu la sanguinosa giornata di Montecatini: ci fu un ennesimo scontro tra le opposte fazioni di Firenze; questa volta gli sconfitti sono i Guelfi. A questo punto si pensa di richiamare in patria gli esiliati e fare la pace tra le mura della città. Dante riceve quindi una lettera da parte di suo nipote Niccolò di Foresino e una missiva del sacerdote della città dove lo invitano a tornare nella tanta amata Firenze. Nelle lettere che il nipote e il prete scrivevano si accennavano appena il carcere e la passeggiata del pentimento, sorvolando del tutto le multe da pagare. Dante, conosciute le condizioni per poter rientrare nella sua città, rifiuta. I fiorentini quindi lo condannano di nuovo, al taglio della testa.
Dante a Ravenna stava scrivendo il Paradiso. Qui la famiglia si è finalmente potuta riunire.
Un giorno il Maggior Consiglio di Venezia dichiara guerra a Ravenna. Guido Novello chiede aiuto all’amico Dante. Egli, non potendo dire di certo di no, andrà a Venezia per negoziare. Ormai Ravenna è diventata la sua seconda patria. Dante però ha qualcosa che lo distrae: è la malaria. Purtroppo deve rientrare in patria perché capisce che quelli sono i suoi ultimi istanti. Per un attimo pensa a Firenze, ma questa gli è negata, così capisce che è Ravenna la sua nuova casa, ed è lì che si dirige. Finalmente giunge all’abbazia di Pomposa.
I suoi familiari si accorgono che Dante sta male, sta per morire. Così la figlia suor Beatrice gli accomoda le lenzuola, l’amico Guido Novello gli sorride.
Muore la notte tra il 14 e il 15 settembre 1321.

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